Maria Pia Valediano, Il perfido gender e altri fantasmi, La Repubblica, 26 giugno 2015

Capita che a scuola arrivi un modulo, un prestampato a cui i genitori aggiungono i loro nomi e il nome del figlio, con cui dichiarano di “essere informati circa l’esistenza della c.d. teoria ‘dei gender’, che alcuni programmi e/o insegnamenti scolastici veicolano i contenuti di detta teoria e pertanto con effetto immediato (grassetto in originale) dichiarano di dissentire totalmente con i contenuti di detta teoria che considerano dannosa per l’educazione dei propri figli e chiedono di non proporre detti contenuti sotto alcuna forma ai propri figli”. Firma, data, protocollo. 

Se capita bisogna fermarsi e dalla posizione in cui ci si trova, nel caso insegnante, preside, felicemente credente e cattolica, bisogna chiedersi cosa sta succedendo. Di una teoria gender non si ha notizia certa. Un vorticoso giro fra i siti delle scuole della nostra lunga penisola non ci consegna una sola programmazione individuale in cui si parli di “teoria gender”. E ci si chiede allora perché genitori si organizzino con moduli, protocolli e un lessico blandamente giuridico e un poco minaccioso contro qualcosa che non c’è.
Probabilmente succede che hanno paura perché, senza colpa alcuna, non capiscono. Il mondo affettivo e sessuale dei figli è misterioso, cambiato come è cambiato con pari sofferenza e scandalo negli anni Sessanta del secolo scorso e prima ancora negli anni Venti. Qualsiasi assemblea di istituto o festa di compleanno o happy hour ci consegnano una vita che di fatto rimescola i colori, i gesti, gli atteggiamenti di ragazze e ragazzi. Uno sconfinare i generi che somiglia a un’ultima trasgressione dopo che tutte le altre sono state agite e assorbite. La vita adulta vaglierà il vero o il falso che questo sconfinare porta dentro.
Quel che la scuola davvero fa, e deve, è combattere gli stereotipi di genere. Ma essere contro gli stereotipi di genere non significa dire che il genere non esiste. Significa educare a vedere dove sta la trappola di un sé condizionato da precomprensioni che autolimitano non solo le scelte ma il pensiero stesso, il desiderio. Per cui le bambine nemmeno sognano di diventare astronaute (adesso forse un po’ di più, grazie a Samantha Cristoforetti) perché la loro educazione, implicita o esplicita, ha beneducato anche i desideri. 
La consapevolezza degli stereotipi di genere è una conquista lenta, lo stereotipo vive di un’inerzia sociale naturale ed è spesso funzionale al vantaggio o al potere di qualcuno. E al potere il nemico serve. Ci sono poteri che si squagliano se vien meno il nemico. E anche alla paura il nemico serve. La saldatura fra potere e paura è micidiale.
Il gender è una manna. Ogni giorno un po’ e lo sdegno è servito, il nemico è servito, il pensiero è congelato e si sente meno la paura per quel che non si capisce. Per fortuna c’è un nemico là fuori. Ad andare in piazza a dire il fantasma del gender non passa si rischia di schiacciare il pensiero in uno slogan a cui altri rispondono dalla sponda di uno slogan speculare e contrario. Ci vuole un pensiero paziente che non rinuncia a capire, senza per questo necessariamente approvare. E forse di tutto questo con i genitori proprio la scuola deve limpidamente parlare.
mariapia veladiano©laRepubblica