Todas las mujeres tienes la misma historia que contar: quasi tutti i giorni mi sembra di poter pensare che è così, che noi tutte, alla fine, abbiamo la stessa storia da raccontare.
Marcela Serrano in dieci donne imbandisce una scena speciale, come in un moderno Decameron femminista (sento l’eco dei puristi, vi stimo ma mi permetto!).
Nove donne cilene raccontano, l’una davanti all’altra, la loro storia e quella della loro psichiatra di origini russe, ciascuna carica di disgrazia e disperazione e ciascuna densa di amore e riso insieme.
La più piccola ha 19 anni e la più grande 76, di diversa estrazione sociale e professione, riunite senza conoscersi per sperimentare insieme il potere curativo de las palabras.
La cura passa proprio attraverso il racconto di sé e il rispecchiamento con l’altra, sperimentando il femminile e la sua eterna parabola: ognuna porta sulle spalle il peso del proprio mondo e insieme il peso dell’essere donna.
La psicoterapeuta Natasha le riunisce insieme per instaurare tra loro, nel segno di un’autocoscienza inconsapevole, la relazione che le può salvare tutte: quella fra loro e con loro stesse.
Soltanto specchiandosi con l’altra, che è diversa per estrazione sociale, età, orientamento sessuale o religioso, eppure così uguale nel dolore e nella sconfitta, nella gioia e nella soddisfazione, possono imparare a coltivare l’amicizia più importante: quella con loro stesse.

Manè, Francisca, Juana, Luisa, Lupe, Simona, Andrea, Layla, Ana Rosa: la medicina che le unisce è il racconto.
Mentre fuori e dentro le loro storie si intrecciano la dittatura di Pinochet e i desaparcecidos; l’estremismo islamico; la fama e l’autodistruzione; gli stupri; l’alcolismo; la povertà.
Le ho immaginate in cerchio, diverse, diversissime e colorate, passarsi fra le mani uno stesso oggetto, delle volte una penna, una sigaretta, un bicchiere di rosso, liberarsi così l’una davanti all’altra con indosso, infine, solo la propria storia, legittimate a non aver paura del giudizio.
Del resto anche Clarissa Pinkola Estès ce lo insegna in Donne che corrono coi lupi: «Talvolta mi si chiede di raccontare che cosa faccio in studio per aiutare le donne a tornare alla loro natura selvaggia […] per la guarigione uso l’ingrediente più semplice e più accessibile: le storie». In quella bibbia del femminile la storia, anzi le storie, sono tutto, sembrano mille eppure alla fine sono sempre la stessa.

È emblematico, in questo senso, il racconto del sogno della scrittrice: sta narrando la sua storia e scopre che mentre racconta qualcuno la sta incoraggiando solleticandole il piede, è un’altra donna che la tiene sulle spalle e sotto di questa un’altra ancora e così via.
Il fascino del mondo latinoamericano con i suoi riti, i suoi credo e le sue tribalità, rivela la magia della matrilinearità de las cuentistas: coloro che si raccontano. Di madre in figlia.
Mi è tornata in mente, leggendo, una bellissima fotografia di Ana Maria Maiolino, anche lei non a caso donna latino americana, che vidi anni fa: una madre, una figlia e una nonna che tengono in bocca lo stesso lungo filo, unite appunto Por um fio da dove passa la parola che le lega per sempre.

Un augurio a tutte le donne in questi tempi così tesi e difficili, in cui ancora sono in discussione diritti che credevamo acquisiti, in cui ancora il nostro corpo è sotto l’attacco dell’arbitrio altrui, per lo più maschile e istituzionale: ascoltiamoci e incoraggiamoci a raccontarci. Sempre!
P.S. Consiglio di accompagnare la lettura con una colonna sonora d’eccezione: Chavela Vargas: voce, donna, femminista e sciamana… la que sabe ogni storia.
Silvia Saccoccia