Per saperne di più

Proponiamo una raccolta di documenti, articoli, volantini, siti a proposito del dibattito sollevato da alcuni settori cattolici e conservatori sulla cosiddetta teoria o ideologia "gender". Questa ideologia in realtà non esiste. Esistono delle teorie sul genere (di natura storica, sociologica, linguistica, filosofica ecc.) che studiano come la società e la cultura (attraverso l’azione di agenzie di socializzazione e istituzioni) influenzano e indirizzano la conformazione dei ruoli maschili e femminili. Siamo convinte che il riconoscimento della dimensione di Genere (socialmente costruita), permetta di agire (con azione preventiva) sulla costruzione del sistema di diseguaglianze basate sulla differenza sessuale innescando un processo di decostruzione dello stereotipo e del pregiudizio.

I documenti che seguono hanno lo scopo di informare offrendo strumenti per poter affrontare criticamente la questione.

Articoli:

Comunicati stampa:

Siti:

Circolare del Ministro della Pubblica Istruzione Giannini

http://www.istruzione.it/allegati/2015/prot1972.pdf

Questo il link al documento dell’OMS:
http://www.uppa.it/elfinder_vfs/1108/educazione_sessuale_oms_europa.pdf

DDL 1260 - meglio noto come DDL FEDELI:

http://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/id/31456 

DDL –Disegno di Legge: cyberbullismo in discussione alla Camera http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/43814.htm
http://parlamento17.openpolis.it/singolo_atto/48363

GENERAZIONI CONNESSE: il Safer internet centre Italiano finanziato dalla commissione Europea che dialoga con il ddl sul cyberbullismo (tavolo interministeriale)
http://www.generazioniconnesse.it/

Rapporto ISTAT sul bullismo:
http://www.istat.it/it/archivio/176335

Proposta di Legge di Celeste Costantino su Educazione Sentimentale 
http://www.celestecostantino.it/introduzione-delleducazione-sentimentale-nelle-scuole/

STANDARD per l’educazione sessuale in Europa
http://www.fissonline.it/pdf/STANDARDOMS.pdf

RISULTATI EDUCAZIONE SESSUALE:
United Nations Popular Fund: The Evaluation of Comprehensive Sexuality Education Programmes
http://www.unfpa.org/…/files/pub-pdf/UNFPAEvaluationWEB4.pdf

UNESCO (2009, Vol. 1 pagg. 13-17), panoramica di Ricerche che indicano che l’educazione sessuale tende a ritardare l’inizio dei rapporti sessuali, riduce la frequenza dei rapporti e il numero dei partner sessuali, aumenta i comportamenti di prevenzione a livello sessuale
http://unesdoc.unesco.org/images/0018/001832/183281e.pdf

REPORT su Educazione sessuale in EUROPA:
http://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/note/join/2013/462515/IPOL-FEMM_NT(2013)462515_EN.pdf

Sondaggio SIGO: Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia
http://www.celestecostantino.it/introduzione-delleducazione-sentimentale-nelle-scuole/

 

Letture consigliate dall'OdG sugli Studi di Genere:

"La teoria gender non esiste"

Una risposta in chiave sociologica agli attacchi all'educazione alle differenze

"La Circolare del 15 settembre 2015 emanata dal Ministro Giannini spinge in senso positivo le scuole"

di Vittoria Dolci e Federica Sterza - 28 settembre 2015 19:00 - 24 News Italia

Nelle ultime settimane, con l’inizio dell’anno scolastico, si è sentito tanto parlare di “teoria gender”: ma di cosa si tratta? Italia-24news sta conducendo un’inchiesta per fare chiarezza sui termini della questione. Dopo aver raccolto il parere della professoressa Nicla Vassallo, ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Genova, abbiamo intervistato i membri dell’Associazione Italiana Sociologi (AIS): Elisabetta Ruspini (Università di Milano-Bicocca) e Claudia Santoni (Presidente Associazione Osservatorio di Genere).

Il dibattito è esploso a partire dal mese di luglio, in seguito alla conversione in legge della riforma “La Buona Scuola”. Da più parti è stata avanzata l’ipotesi che nel testo fossero presenti riferimenti all’ideologia di genere. Ecco cosa ne pensano i due sociologi che abbiamo ascoltato.

Leggi tutto...

Circolare del MIUR

Ecco il testo integrale della circolare che il ministero della pubblica istruzione sta inviando in queste ore a tutti i dirigenti scolastici.

E' una risposta tardiva ma sicuramente opportuna. Finalmente la politica si è accorta che c'è un problema e che bisogna cercare di fare chiarezza. 

Clicca qui per leggere il testo integrale della circolare:

http://www.istruzione.it/allegati/2015/prot1972.pdf

Ideologia del Gender o pratiche di intolleranza forzata?

Qualche riflessione sulla petizione Pro Vita in risposta alla Legge sulla “Buona Scuola” e sulle iniziative di piazza 

pubblicato in "La Repubblica - Sicilia", 23 agosto 2015

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le dichiarazioni di autorevoli esponenti di movimenti e istituzioni italiane in merito alla presunta “nocività” degli Studi di Genere in ambito educativo – erroneamente indicati con “Ideologia del Genere” ‒, che la Legge 107 sulla “Buona Scuola” vorrebbe, a loro giudizio, avallare sotto mentite spoglie.

Di fatto, tale Legge riconosce finalmente l’importanza del piano formativo (art. 7 e succ.) elaborato da tutte le componenti che partecipano alla sua formulazione (famiglie comprese), e ciò in barba ai diktat austeri di alcuni eminenti esponenti del clero, oltre che ai proclami, le manifestazioni di piazza e le “chiamate alle armi” del Movimento Pro Vita contro tale presunta “ideologia” transitata fra le pieghe della stessa Legge. La materia del contendere tuttavia, in questo dispiegamento di forze, sono e rimangono i nostri giovani e le teste “ben fatte” dei nostri figli. E sono materia non di un dibattito, ma di una vera e propria separazione fra una parte della società, abbarbicata al concetto di famiglia come “somma maestra di educazione e padrona indiscussa di ciò che biologicamente crea” e un’altra che piuttosto silenziosamente si interroga (o forse non si interroga abbastanza) sulle ragioni profonde della bagarre in atto.

Da un lato, i paladini del “diritto a possedere i propri figli” che attraverso Petizione pro Vita recentemente promossa e presente, ai fini della raccolta firme, in tutte le sedi dei Comuni italiani, rivendicano in questi giorni la ineluttabile necessità “Che venga rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità, riconoscendo il suo diritto prioritario”. Come dire “ciò che ho creato mi appartiene per sempre” e, alla maniera di un orto, un’auto, una casa, ne rivendico il diritto di uso in quanto oggetto di mia proprietà. Dall’altro, i malfattori , gli “utopisti del genere”, che mirano a svuotare gli effetti di un’educazione tradizionale che ben si coniuga con paradigma strutturalista di T. Parsons (cfr. The Social System), della buona educazione che mira a realizzare l’uomo adatto, e quindi meglio adattato/adattabile, ad una determinata società già costituita.

La diatriba ha un rimando scientifico che viene reso negletto, quando non opportunamente negato, dai primi: studi e ricerche gender-sensitive sono un campo di studi riconosciuto, affermato e diffuso a livello internazionale (europeo ed extraeuropeo), e non un terreno di propaganda ideologica. Detta in breve, nei vari contesti di ricerca in cui oggi sono usate, le teorie sul Genere problematizzano l’identità sessuale naturalisticamente intesa, per cui il concetto di Genere indica di fatto come non sia la sola biologia a determinare “cosa” sia una donna oppure un uomo. Si tratta di processi delicati e complessi, sui quali la Sociologia, materia di studi liceali oltre che accademici, riflette da tempo per ragioni diverse, che concernono non soltanto l’ampliamento della conoscenza, ma anche un’assunzione di responsabilità che la società civile può attivare ai fini del riconoscimento della dimensione di Genere, agendo preventivamente sulla costruzione di un sistema di diseguaglianze basate sulla differenza sessuale.

La trasmissione dei saperi in un’ottica di genere presuppone la capacità di creare le condizioni di ambiente, organizzative, culturali e di relazione all’interno delle quali le giovani donne ed i giovani uomini possano progettare e percorrere i loro destini personali e professionali, secondo la propria identità di genere oltre che secondo i propri desideri e capacità. E ciò nella convinzione che la scuola mantenga un ruolo centrale nell’orientamento delle coscienze delle giovani generazioni (atteggiamenti, modelli culturali, valori), ma che proprio in tale sede si possa essere educati al rispetto delle differenze, nella consapevolezza che il processo di civilizzazione/democratizzazione che presuppone il cives, e non il sesso del cittadino, richiede ancora tempi lunghi.

L’orientamento di genere deve essere il risultato complessivo di un processo di formazione che, avviato fin dalla scuola materna, miri a condurre il giovane alla consapevolezza di sé e delle proprie attitudini, dei propri interessi e dei propri limiti, in una parola, della propria vocazione non solo nei riguardi del futuro lavoro, ma della stessa propria vita. Si tratta di un vero e proprio orientamento alla vita nell’ambito del quale studio e lavoro sono momenti fondamentali ma non esclusivi. Orientarsi è capire se stessi prima di tutto, ma anche gli altri, soprattutto nei rapporti con gli altri.

Un processo di orientamento così inteso è nello stesso tempo un processo di introduzione all’esercizio della cittadinanza che comprende tre elementi fondamentali del processo educativo: la formazione della identità personale sessualmente caratterizzata, la scoperta della propria vocazione per la costruzione del proprio futuro, l’esercizio di una responsabilità attiva nella comunità civile nel pieno rispetto dell’altro, degli altri, di tutte le differenze. Dall’allargarsi di una prospettiva di genere all’interno delle discipline le ragazze ed i ragazzi possono trarre sia un’ottica più ricca rispetto alla complessità dei metodi della conoscenza, sia un diverso sostegno ai loro modelli di identità in formazione. Il raggiungimento dell’obiettivo della costruzione dell’identità personale degli alunni e delle alunne, in funzione di scelte autonome e consapevoli, libere da stereotipi, è conseguibile attraverso la mediazione didattica ed educativa.

 

Ignazia Bartholini, Ricercatrice presso l’Università di Palermo e membro del Consiglio scientifico della Sezione AIS (Associazione Italiana di Sociologia) -“Studi di Genere”

Valeria Ajovalasit, Presidente nazionale Arcidonna 

Maria Pia Valediano, Il perfido gender e altri fantasmi, La Repubblica, 26 giugno 2015

Maria Pia Valediano, Il perfido gender e altri fantasmi, La Repubblica, 26 giugno 2015

Capita che a scuola arrivi un modulo, un prestampato a cui i genitori aggiungono i loro nomi e il nome del figlio, con cui dichiarano di “essere informati circa l’esistenza della c.d. teoria ‘dei gender’, che alcuni programmi e/o insegnamenti scolastici veicolano i contenuti di detta teoria e pertanto con effetto immediato (grassetto in originale) dichiarano di dissentire totalmente con i contenuti di detta teoria che considerano dannosa per l’educazione dei propri figli e chiedono di non proporre detti contenuti sotto alcuna forma ai propri figli”. Firma, data, protocollo. 

Se capita bisogna fermarsi e dalla posizione in cui ci si trova, nel caso insegnante, preside, felicemente credente e cattolica, bisogna chiedersi cosa sta succedendo. Di una teoria gender non si ha notizia certa. Un vorticoso giro fra i siti delle scuole della nostra lunga penisola non ci consegna una sola programmazione individuale in cui si parli di “teoria gender”. E ci si chiede allora perché genitori si organizzino con moduli, protocolli e un lessico blandamente giuridico e un poco minaccioso contro qualcosa che non c’è.
Probabilmente succede che hanno paura perché, senza colpa alcuna, non capiscono. Il mondo affettivo e sessuale dei figli è misterioso, cambiato come è cambiato con pari sofferenza e scandalo negli anni Sessanta del secolo scorso e prima ancora negli anni Venti. Qualsiasi assemblea di istituto o festa di compleanno o happy hour ci consegnano una vita che di fatto rimescola i colori, i gesti, gli atteggiamenti di ragazze e ragazzi. Uno sconfinare i generi che somiglia a un’ultima trasgressione dopo che tutte le altre sono state agite e assorbite. La vita adulta vaglierà il vero o il falso che questo sconfinare porta dentro.
Quel che la scuola davvero fa, e deve, è combattere gli stereotipi di genere. Ma essere contro gli stereotipi di genere non significa dire che il genere non esiste. Significa educare a vedere dove sta la trappola di un sé condizionato da precomprensioni che autolimitano non solo le scelte ma il pensiero stesso, il desiderio. Per cui le bambine nemmeno sognano di diventare astronaute (adesso forse un po’ di più, grazie a Samantha Cristoforetti) perché la loro educazione, implicita o esplicita, ha beneducato anche i desideri. 
La consapevolezza degli stereotipi di genere è una conquista lenta, lo stereotipo vive di un’inerzia sociale naturale ed è spesso funzionale al vantaggio o al potere di qualcuno. E al potere il nemico serve. Ci sono poteri che si squagliano se vien meno il nemico. E anche alla paura il nemico serve. La saldatura fra potere e paura è micidiale.
Il gender è una manna. Ogni giorno un po’ e lo sdegno è servito, il nemico è servito, il pensiero è congelato e si sente meno la paura per quel che non si capisce. Per fortuna c’è un nemico là fuori. Ad andare in piazza a dire il fantasma del gender non passa si rischia di schiacciare il pensiero in uno slogan a cui altri rispondono dalla sponda di uno slogan speculare e contrario. Ci vuole un pensiero paziente che non rinuncia a capire, senza per questo necessariamente approvare. E forse di tutto questo con i genitori proprio la scuola deve limpidamente parlare.
mariapia veladiano©laRepubblica

Leonardo Bianchi, La teoria del gender nel mirino dei nuovi crociati, Internazionale, 13 marzo 2015

Leonardo Bianchi, La teoria del gender nel mirino dei nuovi crociati, Internazionale, 13 marzo 2015

Negli ultimi tempi la scuola è diventata il bersaglio preferito della propaganda dei movimenti ultracattolici. È nelle aule e tra i banchi che, secondo i nuovi crociati della famiglia, la potentissima lobby lesbica, gay, bisessuale e transgender (lgbt) starebbe cercando di inculcare nelle menti delle giovani generazioni la temibile “ideologia del gender”.

Sebbene non ci sia una definizione univoca, dal Vaticano in giù sono tutti concordi sul fatto che si tratti di qualcosa che sta corrodendo i pilastri della società. Recentemente perfino il papa è intervenuto sul tema, bollando la teoria del gender come una forma di colonizzazione ideologica non troppo lontana da quella operata dai totalitarismi del ventesimo secolo con i balilla o la gioventù hitleriana.

Per altri, invece, la teoria del gender è un gigantesco complotto in cui le Nazioni Unite, l’Unione europea e la sezione lgbt degli Illuminati tramano nell’ombra perlegalizzare la pedofilia, somministrare “ormoni” ai bambini per farli diventare gay e – se resistono all’inevitabile – rinchiuderli in “campi di rieducazione”.

In Italia, uno dei veicoli utilizzati da questi spietati coloni sarebbe la “Strategia nazionale per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, un progetto ministerialeadottato nel 2013 per recepire un programma del Consiglio d’Europa.

Nel 2014 questa strategia – affidata principalmente all’Ufficio nazionale antidiscriminazioni (Unar) – è stata sperimentata nelle scuole attraverso una serie di progetti, che hanno subìto una campagna di boicottaggio senza precedenti.

All’inizio del 2014 ha tenuto banco la questione dei libretti Unar, tre opuscoli divulgativi realizzati dall’istituto A.T. Beck e fatti ritirare a forza di attacchi della stampa cattolica e interventi a gamba tesa del solito cardinale Bagnasco, che non ha esitato a definire l’iniziativa come “una strategia persecutoria contro la famiglia” e “un attacco per destrutturare la persona e quindi destrutturare la società”.

Poco tempo dopo Lotta studentesca, associazione giovanile legata a Forza nuova,ha organizzato una manifestazione a Roma fuori del liceo Giulio Cesare con tanto di croci celtiche e striscioni che recitavano “Maschi selvatici/non checche isteriche” – perché alcuni insegnanti avevano deciso leggere in classe il romanzo di Melania Mazzucco Sei come sei, in cui si descrive una scena di sesso tra due ragazzi.

A novembre era scesa in campo la diocesi di Milano, che aveva chiesto agli insegnati di religione della zona di effettuare una sorta di schedatura delle scuole che si fossero macchiate dell’orribile peccato di parlare di omosessualità e identità di genere. All’incirca nello stesso periodo, il Forum delle associazioni familiari dell’Umbria aveva stilato un decalogo di “autodifesa” per combattere la teoria del gender.

Giusto per rendere l’idea del tono antisismico del documento, al punto sei si può leggere una cosa del genere: “Cosa fare se la scuola organizza lezioni o interventi sul gender per gli studenti: date l’allarme! Sentite tutti i genitori degli studenti coinvolti e convocate immediatamente una riunione informale, aperta anche agli insegnanti”.

Nei primi mesi del 2015 la propaganda ultracattolica è entrata trionfalmente nel settore dei video virali su internet. Alla fine di febbraio, infatti, il portale Notizie Provita ha pubblicato questo spot – o meglio: un sacrificio umano al dio del trash – per convincere gli infedeli a firmare una petizione contro la teoria del gender.
Ultimamente, invece, il fronte della guerriglia si è spostato verso un asilo di Trieste, finito “nella bufera” per aver adottato il Gioco del rispetto – Pari e dispari, un progetto educativo risalente al 2013 e al quale il comune ha aderito. Il “modo di giocare” proposto da questa iniziativa, scrive Il Piccolo, non è andato giù ad alcuni genitori, che “si sono rivolti ai coordinatori per chiedere spiegazioni”. Tra questi genitori indignati, sostiene l’articolo del quotidiano triestino, ci sarebbero “alcuni padri e madri che prendono parte alle iniziative delle Sentinelle in piedi”.
Ma cos’è realmente questo gioco del rispetto? Stando all’opuscolo informativo, il progetto mira a “verificare le conoscenze e le credenze di bambini e bambine su cosa significa essere maschi o femmine, a rilevare la presenza di stereotipi di genere e ad attuare un primo intervento che permetta loro di esplicitare e riorganizzare i loro pensieri”.

Il gioco del rispetto, come spiegato nel sito e altrove, è fondamentalmente un “kit didattico composto da una scatola di giochi”, al cui interno si trovano un racconto, delle schede e dei “disegni di papà casalinghi, di mamme idrauliche, di papà calciatori e di mamme calciatrici”. Nei giochi previsti dal kit c’è anche quello chiamato “Se fossi”, in cui si può chiedere ai bambini e alle bambine “di indossare dei costumi da carnevale, come strega o principessa o cavaliere”.

In un comunicato stampa del 5 marzo 2015, la vicesindaca di Trieste Fabiana Martini ha cercato di spiegare gli scopi del progetto:

Il Gioco del rispetto lavora per l’abbattimento di tutti quegli stereotipi sociali che imprigionano maschi e femmine in ruoli che nulla hanno a che vedere con la loro natura. Per esempio, si mette in discussione lo stereotipo per cui i padri debbano essere dediti soltanto al lavoro e possano dedicare solo pochi minuti al giorno ai loro figli, così come le madri non siano in grado di ricoprire posizioni di responsabilità all’interno delle aziende. L’obiettivo è quindi quello di riequilibrare quella disparità tra uomini e donne che tanti danni sta oggi creando alla nostra società.

Come prevedibile, però, la precisazione non è servita assolutamente a nulla – anche perché la macchina della disinformazione, senza farsi troppi scrupoli, aveva già cominciato a spargere allarmismo e a evocare l’apocalisse lgbt. A inaugurare la polemica ci ha pensato il settimanale della diocesi di Trieste, Vita Nuova, che ha pubblicato una serie di articoli di denuncia sul tema. In uno di questi, Il comune di Trieste spieghi questa pubblica vergogna, l’autore sostiene che tale “gioco” sia “presentato con finta trasparenza ai genitori, mediante generici avvisi affissi nelle bacheche” e lo definisce come una specie di sopruso: “I figli non si toccano, né fisicamente né emotivamente: questa che viene proposta è violenza”.

In un altro pezzo, Come sovvertire la realtà, il progetto educativo è paragonato a una specie di piano ordito dall’anticristo per trascinare il paese in un vortice di depravazione demoniaca:

S’insegna che è del tutto indifferente la distinzione maschile/femminile, che è del tutto normale contrastare le leggi della natura, che le medesime leggi non hanno nulla di oggettivo, che l’uomo può gestire a piacere la realtà, che non esiste una mala gestione che procurerà delle sofferenze, che non esiste una buona gestione che salverà l’uomo, che la realtà si esaurisce nella sfera soggettiva, che non esiste uno stato oggettivo delle cose e dei fatti, che il mondo è posto dunque a caso, secondo la regola del capriccio, del piccolo piacere immediato, del presente senza futuro, degli effetti senza le cause, dei risultati senza una logica.

Il fine ultimo, chiosa l’articolo, è piuttosto palese: “C’è il tentativo […] non tanto di insegnare il rispetto tra le persone, ma d’indurre la nota ‘ideologia del gender’, che prevede l’assoluta libertà di scegliersi il sesso a capriccio”. La sfera pruriginoso-sessuale irrompe definitivamente nel dibattito grazie a certa stampa nazionale e a certi politici particolarmente attivi sui social network.

Il 10 marzo Libero, per esempio, piazza in prima pagina un titolo del genere.

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L’angosciosa allerta è accompagnata da un articolo in cui si sostiene che il progetto – “una cretinata” – serve unicamente a “lavare i cervelli dei bambini” per farne “degli adulti progressisti in miniatura”.

Nell’articolo, inoltre, si tratteggia anche un’ipotetica “ora di pornografia” all’asilo con una descrizione che attinge a piene mani dai fotoromanzi anni settanta:

Immaginatevi una classe d’asilo, con i bambini che si auscultano, si esplorano, riconoscono le differenze genitali, così, spontaneamente, liberamente per imposizione didattica, con la maestra o il maestro che li guarda dall’alto della cattedra o sorveglia il ‘gioco’ sfilando tra i banchi, partecipando anche lui inevitabilmente all’esplorazione, e rispondete: questo è un gioco o una fantasia malata.

Per La Croce, la nuova avventura editoriale di Mario Adinolfi, quello che è successo a Trieste è invece la conferma che in Italia ormai vige la “dittatura del pensiero gender”, un nuovo tipo di totalitarismo che vuole “creare a tavolino una nuova razza che dovrà abitare nuove società, in un nuovo mondo” e muovere una “guerra aperta alla Creazione, al suo ordine naturale e alla distinzione antropologica tra maschio e femmina”.

In tutto ciò, naturalmente, non possono mancare gli immancabili status pazzeschi di Matteo Salvini, le tirate coatte del vicepresidente di CasaPound, Simone Di Stefano, e i blitz dei neofascisti di Forza nuova, che ancora una volta hanno salvato l’Italia cristiana mettendo un catenaccio sui cancelli della scuola.

Il punto è che, come ha specificato la vicesindaca di Trieste, il progetto non ha nulla a che fare con perversi “giochi del dottore”, esplorazioni genitali tra bambini e tentativi di “conversione” imposti dagli ayatollah omosessualisti:

Il Gioco del rispetto non affronta né i temi della sessualità, né quelli dell’affettività. Tra le proposte di gioco non ce n’è nessuna che riguardi l’educazione sessuale, né si toccano i temi dell’omosessualità, della corretta o non corretta composizione della famiglia.

Che i bambini non si “tocchino” maliziosamente lo conferma anche un genitore, che in una lettera inviata al sito Bora scrive:

Né io né gli altri genitori con i quali mi sono confrontato sulla questione riteniamo che le splendide insegnanti che curano i nostri figli con amore e professionalità […] debbano venire accusate di portare avanti un progetto ‘a sfondo sessuale’ che turba i bambini, quando questo non lo è.

Se si legge anche superficialmente il materiale, è davvero impossibile immaginarsi scene di bambini indifesi manovrati da criptopedofili di sinistra. Eppure, per gli ultras della tradizione è esattamente così.

Non si tratterebbe, insomma, di un progetto (che pure avrà i suoi limiti, come tutti gli altri) volto a “trasmettere il concetto dell’uguaglianza tra uomini e donne”, in un paese che in Europa è tra quelli che discrimina di più. No: saremmo di fronte all’inaccettabile sovversione dei valori immutabili della patria italica o, per usare ancora le parole di La Croce, un “laboratorio gender” che mira a “a operare una terribile sperimentazione sulla pelle dei piccoli: la società Frankenstein”.

Oltre alla violenza della campagna e al livello di strumentalizzazione, quello che colpisce nella vicenda dell’asilo di Trieste è anche, e soprattutto, l’insopportabile tono vittimistico che accompagna la polemica e contraddistingue l’intera propaganda integralista sul tema.

Ingigantendo a dismisura la pericolosità della teoria del gender, i movimenti cattolici e gli estremisti sono riusciti a trasformarsi in una maggioranza oppressa da nemici invincibili, da sobillatori infiltrati nelle scuole per corrompere i bambini e dalla Gestapo del “politicamente corretto” che gli vuole tappare la bocca. È così che chi solitamente discrimina diventa magicamente il discriminato, in un ribaltamento di ruoli e uno stravolgimento della realtà che ha il solito obiettivo: quello di cristalizzare lo status quo e stroncare qualsiasi cambiamento sociale.

Per arrivarci, la via più comoda è appunto quella di spacciarsi come vittime di oscure macchinazioni. Ma in tutto ciò, come ricorda Daniele Giglioli in Critica della vittima, non bisogna mai dimenticare che “l’ideologia vittimaria” è sempre “il primo travestimento delle ragioni dei forti”.

Chiara Lalli, Tutti pazzi per il gender, Internazionale, 18 maggio 2015

Chiara Lalli, Tutti pazzi per il gender, Internazionale, 18 maggio 2015

“La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilità di felicità – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libertà di scelta individuale, mito fondante della società moderna, che può arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile”. A scriverlo è la storica Lucetta Scaraffia (”La teoria del ‘gender’ nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine”, L’Osservatore Romano, 10 febbraio 2011).Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’“ideologia del gender”. Non è facile individuarne la data di nascita, ma quello che è certo è che nelle ultime settimane la sua ombra minacciosa è molto invadente.È buffo vedere quanta paura faccia il riflesso di quest’essere mostruoso (ma allucinatorio come Nessie), nato in ambienti angustamente cattolici, conservatori e ossessionati dalla perdita del controllo. Il controllo sulla morale, sul comportamento, sull’educazione e sul rigore feroce con cui si elencano le categorie del reale con la pretesa che siano immutabili e incontestabili in base a un argomento d’autorità: “È così perché lo diciamo noi”.Questa perfida chimera che vorrebbe annientare le differenze sessuali si nutre della continua e intenzionale confusione tra il piano biologico (“per fare un figlio servono un uomo e una donna”) e quello sociale e culturale (“per allevare un figlio o per essere buoni genitori bisogna essere un uomo e una donna”). Come vedremo, perfino il piano biologico è meno rigido e, no, non significa che “non ci sono differenze biologiche tra uomo e donna” – nessuno lo ha mai detto.Ma le Cassandre della “ideologia del gender” combattono contro un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito, stravolgendo il reale, per renderlo irriconoscibile e poterlo così additare come un mostro temibile (si chiama straw man ed è una fallacia molto comune: si prende un docile cane di piccola taglia e lo si trasforma in un leone famelico; poi si litiga con il padrone del cane e lo si accusa di irresponsabilità: “Girare con una bestia feroce in luoghi affollati e con tanti bambini!”). Perché essere tanto spaventati da esseri che non esistono e da ombre sulle pareti? Perché non girarsi per rendersi conto, finalmente, che va tutto bene?Se state poco sui social network e scegliete bene le vostre letture forse non ne avete mai sentito parlare. Ma è sempre più improbabile che non ne sappiate nulla visto che lo scorso 21 marzo Jorge Maria Bergoglio ha detto che la “teoria del gender” fa confusione, è uno sbaglio della mente umana e minaccia la famiglia. “Come si può fare con queste colonizzazioni ideologiche?”, ha domandato.Un paio di giorni dopo Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha aggiunto che “l’ideologia del gender” si “nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione… ma in realtà pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità”. È addirittura una “manipolazione da laboratorio”. E poi si è rivolto accorato ai genitori: “Volete voi questo per i vostri figli?”. E qualche giorno più tardi ci è tornato il cardinale Carlo Caffarra, ricorrendo a una metafora oftalmica: “Esiste oggi una cataratta che può impedire all’occhio che vuole vedere la realtà dell’amore di vederlo in realtà. È la cataratta dell’ideologia del ‘gender’ che vi impedisce di vedere lo splendore della differenza sessuale: la preziosità e lo splendore della vostra femminilità e della vostra mascolinità”.Minacce individuali e familiari, errori mentali, colonizzazioni ideologiche, furti di identità e di umanità, manipolazioni, cataratte: mai tanti e tali disastri erano stati attribuiti a qualcosa che non esiste.“Maschio e femmina li creò” (Genesi)
Chi se la prende con la presunta “ideologia del gender”, come dicevo, confonde intenzionalmente i termini e i concetti per deriderli, banalizza le differenze per farne una caricatura, si ostina a non capire le questioni e invece di domandare spiegazioni si nasconde dietro una presuntuosa e rivendicativa ignoranza.Ci sono molti esempi e vengono dalla cronaca (tra gli ultimi il gioco “porno” all’asilo di Trieste) o da documenti più o meno ufficiali (sempre di area ultraconservatrice e fortemente miope).Eccone un altro esempio, forse più grave ancora perché Roberto Marchesini è psicologo e psicoterapeuta (“Il ragazzo curato a ormoni per diventare ragazza”, La Bussola Quotidiana, 9 marzo 2015): “Non importa se ci sono due cromosomi Y, o un cromosoma Y e due X: se c’è il cromosoma Y siamo maschi, punto. E non è questione di organi genitali: siamo maschi o femmine in tutto il nostro corpo, perché ogni cellula del nostro corpo ha quel benedetto cromosoma. Possiamo mutilarci, possiamo aggiungerci appendici siliconiche in ogni parte del corpo, depilarci, limarci la mascella e sottoporci a qualsiasi altra tortura, ma resteremo maschi. Senza genitali, magari, con protesi sul petto, ma sempre maschi. Quindi non è possibile che questo ragazzo diventi una ragazza. Qualcuno ha mentito ai genitori e a lui. […] È l’ideologia di genere che ci fa credere una cosa assurda, cioè che sia possibile ‘cambiare sesso’. Si chiama ideologia proprio per questo”. In questo caso la confusione è aumentata da possibili interventi (ormonali e chirurgici). Su questo torneremo.Sempre a marzo, Paola Binetti era molto allarmata: “Presentata all’Onu richiesta di inserire movimento femminista e alle associazioni Lgbtq, nel quadro teorico e pratico del ‘sistema gender’” (5 marzo 2015, Twitter).C’è anche il filosofo Diego Fusaro che, in occasione della polemica scatenata da Dolce & Gabbana, aggiunge un po’ di Asimov che ci sta sempre bene. Fusaro: “Dolce e Gabbana? Li attaccano perché ora c’è la prova. Gender, siamo all’ingegneria sociale”, 16 marzo 2015. Alla domanda, “Dopo tutte le polemiche gli asili nido di Trieste hanno fatto bene a fare retromarcia sui ‘giochi gender?’”, Fusaro risponde: “Ormai per manipolare bisogna partire anzitutto dai bambini. Siamo al cospetto di una vera e propria ingegneria sociale, è evidente, una mutazione antropologica direbbe Pasolini, si cerca di inculcare fin dalla giovane età che non esistono uomini e donne ma ognuno si sceglie il sesso che vuole. Tutto ciò per me è una sciocchezza, i sessi sono due, poi ci sono tutti gli orientamenti sessuali possibili, ma un omosessuale resta sempre un uomo così come una lesbica rimane sempre una donna”.Ho già detto che nessuno vuole eliminare la differenza tra uomini e donne? È davvero un peccato che Fusaro abbia rinunciato al ruolo principale della filosofia: cercare di chiarire i termini e i concetti. Offrirsi cioè come uno strumento per capire meglio e non per mescolare le parole come si farebbe in un caleidoscopio, perché il risultato non è più colorato ma più annebbiato. Spesso completamente fuori fuoco.
Barcellona, Spagna, 16 luglio 2011.   - Simona PampallonaBarcellona, Spagna, 16 luglio 2011. Simona Pampallona
“Non esistono uomini e donne”
Per capire come l’“ideologia del gender” rimescoli parole a caso – aspirando a sembrare qualcosa di sensato – dobbiamo fare una premessa.Le definizioni sono arbitrarie, ci servono per semplificarci la vita. Dovremmo sempre ricordarci però che la realtà è un insieme in cui i confini netti non esistono – ma esistono contiguità, sovrapposizioni, intrecci sui quali tracciamo linee e diamo definizioni – e che, più conosciamo più possiamo (o dobbiamo) specificare, come quando ci avviciniamo a qualcosa (sedia, tavolo, gioco: provate a dare una definizione necessaria e sufficiente e vi accorgerete che è meno facile di quanto possiate immaginare).Ciò non significa che non esistono differenze o che sia tutto nella nostra testa (nella nostra percezione), almeno nella prospettiva realista. Significa che quello che osserviamo è più fluido di un interruttore che spegne e accende una luce.Lo si dimentica a volte. Lo si rimuove sempre quando si parla di (ideologia del) gender.La biologia, per cominciare, fa distinzioni meno nette rispetto ai termini maschio/femmina. In biologia ci sono i due estremi (M e F), ma ci sono anche molte possibilità intermedie. Esistono molti stadi di intersessualità, come l’ermafroditismo, la sindrome di Morris e quella di Swyer, e ci sono casi in cui è controversa la definizione di intersessualità, come la sindrome di Turner o di Klinefelter (si veda il film XXY). Anche alcune di queste condizioni sono definite patologiche (disordini di differenziazione sessuale o di sviluppo sessuale), ma pure definire una “patologia” non è così agevole come potrebbe sembrare.Questo soltanto se parliamo di sesso, ovvero dell’appartenenza a un genere sessuale indicato come XX e XY (sono i cromosomi sessuali a distinguere, a un certo punto dello sviluppo embrionale, gli individui che saranno maschi da quelli che saranno femmine).Sesso, identità di genere e ruoli, orientamenti e preferenze sessuali
Se però cominciamo a parlare di identità di genere, di ruoli e di orientamenti sessuali le cose si complicano ulteriormente. Si può essere di sesso M e avere una identità sessuale maschile oppure femminile (oppure ambigua, oscillante, cangiante). Nulla di tutto questo è intrinsecamente patologico o sbagliato e soprattutto ciò che è femminile e maschile è profondamente determinato culturalmente, tant’è che i ruoli maschili e femminili cambiano nel tempo e nello spazio.Il rosa non è intrinsecamente un colore da femmine (F), almeno lo è in modo diverso rispetto all’avere o no l’utero, anche se si può essere donne – in un senso meno claustrofobico della riduzione del ruolo femminile a un patrimonio cromosomico o al possesso di alcuni organi sessuali – senza averlo: perché sei nata senza, perché te l’hanno tolto, perché eri nata come M ma la tua identità di genere è femminile.I ruoli sono il risultato di stratificazioni lunghe e tortuose e non rappresentano qualcosa di immobile e determinato per sempre, né tanto meno quello che è giusto e buono (trasformare tutto questo in “mica pretenderete che due uomini si riproducano?” è un problema di chi equivoca così malamente e non del gender).Poi ci sono le preferenze o gli orientamenti sessuali: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, queer, eccetera. Ci sono anche gli asessuali (in Giappone le percentuali di individui non interessati alle relazioni affettive e sessuali sono altissime) e ovviamente ci sono i casti, non per mancanza di interesse sessuale ma per un fioretto come Sophia Loren in Ieri, oggi e domani, oppure per un voto di castità meno temporaneo.Gender studies
“Ideologia del gender” (cioè del genere sessuale) non vuol dire nulla. È come dire ideologia del sapone o del cielo. Tra l’altro è ancora più insensato se si pensa che è attribuita a chi vuole alleggerire la pressione del dover essere – perciò in caso dovrebbe essere “anarchia del gender”, o “relativismo del gender” visto che per alcuni è un insulto essere relativista (anche questo rasenta l’insensatezza, soprattutto se ci ricordiamo che l’alternativa è l’imposizione e il dogmatismo).La sfumatura di imposizione che si vuole attribuire, dal sapore complottista, suona davvero strana perché imporre un giogo meno stretto è un po’ bizzarro. Sono quelli che strepitano contro la temibile “ideologia del gender” che vogliono imporre decaloghi e regole rigide e stabilite da loro – mentre i gender studies si muovono in un dominio di libertà, in una fluidità dei modelli (individuali e familiari); sono per la loro desacralizzazione e per i diritti per tutti. Basta cercare su Google. Basterebbe anche solo leggere il recente documento approvato dall’Associazione italiana di psicologia che ha l’intento di “rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane” e di “chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di ‘ideologia del gender’”.Non ha molto senso nemmeno il termine “omosessualismo”, se non in un senso di scherno e di intenzionale disprezzo. Peggio di “frocio”, perché almeno frocio è limpidamente aggressivo (poi ovviamente l’offesa dipende dal contesto, dalle intenzioni dei mittenti e dallo spirito dei destinatari) mentre “omosessualista” ammicca a una correttezza formale e superficiale che nasconde la convinzione che tu faccia schifo e sia inferiore in quanto non eterosessuale – è l’“in-quanto” a essere sbagliato, sia in senso dispregiativo sia in senso adulatorio. Non c’è nessun merito a essere donna o lesbica. E non c’è nemmeno nell’essere omosessuale, casto o indeciso. Ma, è chiaro, non c’è nemmeno un demerito o un peccato.C’è un altro termine che suscita reazioni scomposte: cisgender. È un termine usato per indicare la coincidenza tra il genere sessuale (M o F) e l’identità sessuale (maschile e femminile). Gli ottusi abituati a distinguere solo M e F come XX e XY (e a pensare come giusto solo l’orientamento eterosessuale, immaginato fisso e immobile come Aristotele pensava la sua cosmologia) ne sono spiazzati e reagiscono come si reagisce alle scuole medie davanti all’ignoto: ridono imbarazzati, giudicano quello che non sanno e non vogliono sapere come un capriccio di menti disturbate.Rivendicano identità che nessuno vuole mettere in discussione – “io sono femmina!” – un po’ come succede quando si parla di matrimoni e di famiglie: “Volete distruggere la famiglia!”.Stanno cercando di fare il contrario di quanto è avvenuto con il termine queer: originariamente un insulto, è stato trasformato nel tempo fino a diventare una parola dal significato ampio ma essenzialmente non dispregiativo (ci sono i dipartimenti universitari queer e queer studies nelle università più prestigiose – si veda Yale, per esempio).Ci sono poi ovviamente le patologie sessuali, le perversioni o le ossessioni, che sono indipendenti dall’essere M, F, eterosessuale o indeciso.
Bourges, Francia, 2012.  - Simona PampallonaBourges, Francia, 2012. Simona Pampallona
“On ne naît pas femme, on le devient”
Per fare un esempio cattolico ufficiale della miopia che caratterizza l’“ideologia del gender”, basta leggere il discorso del santo padre Benedetto XVI del 21 dicembre 2012, perché nonostante alcuni ci tengano a sottolineare che la loro avversione non c’entra con la religione, si parte sempre dalla dicotomia M e F (e spesso lì si rimane, come in un’inutile corsa sul posto):“Egli [il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim] cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: ‘Donna non si nasce, lo si diventa’ (On ne naît pas femme, on le devient). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma ‘gender’, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: ‘Maschio e femmina Egli li creò’ (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più”.Se non si riesce a sottrarci a questa visione semplicista e ingessata quando si parla di sesso (biologico), è inevitabile che quando è necessario introdurre la differenza tra gender, identità e ruolo di genere e preferenze sessuali l’effetto è quasi comico. È ovvio che de Beauvoir intendesse qualcosa di molto diverso da quanto Bernheim lascia intendere, proprio come chi oggi è tanto spaventato dal gender.“Il gender è più pericoloso dell’Isis!”
Il comico muta in grottesco quando si azzardano metafore al rialzo: “L’ideologia del #gender è più pericolosa dell’Isis”, avverte durante la messa don Angelo Perego, parroco di Arosio (Como). E non è certo il primo né il più originle. Tony Anatrella, prete e psicoanalista, nella prefazione del volume Gender, la controverse denuncia la cultura di genere come un’ideologia totalitaria, più oppressiva e perniciosa dell’ideologia marxista.L’elenco è molto lungo e poco fantasioso. Un capriccioso puntare i piedi contro la frammentazione di una realtà che non è mai stata monolitica (ma solo presentata come tale) e, inevitabilmente, contro la (ri)attribuzione dei diritti.Sarebbe già abbastanza ingiustificabile usare fantasmi e spauracchi per limitare i diritti, soprattutto perché garantire diritti a tutti non li toglie a nessuno. Ma tutto questo rischia di diventare inutilmente crudele quando è diretto ai bambini e agli adolescenti – scenario non inverosimile se si pensa che uno dei luoghi di scontro è proprio la scuola.Non solo: ritrovarsi con dei genitori che ti mandano a farti aggiustare se sei frocio o ridicolizzano la tua identità di genere (che non è come la vorrebbero loro o come dice il prete) “perché sei piccolo” è davvero penoso. Si sopravvive (non sempre), ma c’è un carico pesantissimo di dolore evitabile.“Chi difende i diritti del bambino diverso?”, domandava Paul B. Preciado in un articolo di due anni fa. “I diritti del bambino che vuole vestirsi di rosa. I diritti della bambina che sogna di sposarsi con la sua migliore amica. I diritti del bambino e della bambina queer, omosessuale, lesbica, transessuale o transgender. Chi difende i diritti del bambino di cambiare genere se lo desidera? Il diritto alla libera autodeterminazione del genere e della sessualità. Chi difende i diritti del bambino a crescere in mondo senza violenza di genere e senza violenza sessuale?”.Dovremmo rispondere a tutte queste domande (dovrebbero provare a rispondere gli agitatori della “ideologia”), ricordando che “mio padre e mia madre durante la mia infanzia non proteggevano i miei diritti. Proteggevano le norme sessuali e di genere che loro avevano assorbito dolorosamente, attraverso un sistema educativo e sociale che puniva ogni forma di dissidenza usando la minaccia, l’intimidazione, la punizione, la morte”.

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