Qualche riflessione sulla petizione Pro Vita in risposta alla Legge sulla “Buona Scuola” e sulle iniziative di piazza
pubblicato in "La Repubblica - Sicilia", 23 agosto 2015
Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le dichiarazioni di autorevoli esponenti di movimenti e istituzioni italiane in merito alla presunta “nocività” degli Studi di Genere in ambito educativo – erroneamente indicati con “Ideologia del Genere” ‒, che la Legge 107 sulla “Buona Scuola” vorrebbe, a loro giudizio, avallare sotto mentite spoglie.
Di fatto, tale Legge riconosce finalmente l’importanza del piano formativo (art. 7 e succ.) elaborato da tutte le componenti che partecipano alla sua formulazione (famiglie comprese), e ciò in barba ai diktat austeri di alcuni eminenti esponenti del clero, oltre che ai proclami, le manifestazioni di piazza e le “chiamate alle armi” del Movimento Pro Vita contro tale presunta “ideologia” transitata fra le pieghe della stessa Legge. La materia del contendere tuttavia, in questo dispiegamento di forze, sono e rimangono i nostri giovani e le teste “ben fatte” dei nostri figli. E sono materia non di un dibattito, ma di una vera e propria separazione fra una parte della società, abbarbicata al concetto di famiglia come “somma maestra di educazione e padrona indiscussa di ciò che biologicamente crea” e un’altra che piuttosto silenziosamente si interroga (o forse non si interroga abbastanza) sulle ragioni profonde della bagarre in atto.
Da un lato, i paladini del “diritto a possedere i propri figli” che attraverso Petizione pro Vita recentemente promossa e presente, ai fini della raccolta firme, in tutte le sedi dei Comuni italiani, rivendicano in questi giorni la ineluttabile necessità “Che venga rispettato il ruolo della famiglia nell’educazione all’affettività e alla sessualità, riconoscendo il suo diritto prioritario”. Come dire “ciò che ho creato mi appartiene per sempre” e, alla maniera di un orto, un’auto, una casa, ne rivendico il diritto di uso in quanto oggetto di mia proprietà. Dall’altro, i malfattori , gli “utopisti del genere”, che mirano a svuotare gli effetti di un’educazione tradizionale che ben si coniuga con paradigma strutturalista di T. Parsons (cfr. The Social System), della buona educazione che mira a realizzare l’uomo adatto, e quindi meglio adattato/adattabile, ad una determinata società già costituita.
La diatriba ha un rimando scientifico che viene reso negletto, quando non opportunamente negato, dai primi: studi e ricerche gender-sensitive sono un campo di studi riconosciuto, affermato e diffuso a livello internazionale (europeo ed extraeuropeo), e non un terreno di propaganda ideologica. Detta in breve, nei vari contesti di ricerca in cui oggi sono usate, le teorie sul Genere problematizzano l’identità sessuale naturalisticamente intesa, per cui il concetto di Genere indica di fatto come non sia la sola biologia a determinare “cosa” sia una donna oppure un uomo. Si tratta di processi delicati e complessi, sui quali la Sociologia, materia di studi liceali oltre che accademici, riflette da tempo per ragioni diverse, che concernono non soltanto l’ampliamento della conoscenza, ma anche un’assunzione di responsabilità che la società civile può attivare ai fini del riconoscimento della dimensione di Genere, agendo preventivamente sulla costruzione di un sistema di diseguaglianze basate sulla differenza sessuale.
La trasmissione dei saperi in un’ottica di genere presuppone la capacità di creare le condizioni di ambiente, organizzative, culturali e di relazione all’interno delle quali le giovani donne ed i giovani uomini possano progettare e percorrere i loro destini personali e professionali, secondo la propria identità di genere oltre che secondo i propri desideri e capacità. E ciò nella convinzione che la scuola mantenga un ruolo centrale nell’orientamento delle coscienze delle giovani generazioni (atteggiamenti, modelli culturali, valori), ma che proprio in tale sede si possa essere educati al rispetto delle differenze, nella consapevolezza che il processo di civilizzazione/democratizzazione che presuppone il cives, e non il sesso del cittadino, richiede ancora tempi lunghi.
L’orientamento di genere deve essere il risultato complessivo di un processo di formazione che, avviato fin dalla scuola materna, miri a condurre il giovane alla consapevolezza di sé e delle proprie attitudini, dei propri interessi e dei propri limiti, in una parola, della propria vocazione non solo nei riguardi del futuro lavoro, ma della stessa propria vita. Si tratta di un vero e proprio orientamento alla vita nell’ambito del quale studio e lavoro sono momenti fondamentali ma non esclusivi. Orientarsi è capire se stessi prima di tutto, ma anche gli altri, soprattutto nei rapporti con gli altri.
Un processo di orientamento così inteso è nello stesso tempo un processo di introduzione all’esercizio della cittadinanza che comprende tre elementi fondamentali del processo educativo: la formazione della identità personale sessualmente caratterizzata, la scoperta della propria vocazione per la costruzione del proprio futuro, l’esercizio di una responsabilità attiva nella comunità civile nel pieno rispetto dell’altro, degli altri, di tutte le differenze. Dall’allargarsi di una prospettiva di genere all’interno delle discipline le ragazze ed i ragazzi possono trarre sia un’ottica più ricca rispetto alla complessità dei metodi della conoscenza, sia un diverso sostegno ai loro modelli di identità in formazione. Il raggiungimento dell’obiettivo della costruzione dell’identità personale degli alunni e delle alunne, in funzione di scelte autonome e consapevoli, libere da stereotipi, è conseguibile attraverso la mediazione didattica ed educativa.
Ignazia Bartholini, Ricercatrice presso l’Università di Palermo e membro del Consiglio scientifico della Sezione AIS (Associazione Italiana di Sociologia) -“Studi di Genere”
Valeria Ajovalasit, Presidente nazionale Arcidonna










