Quando si parla del voto delle donne in Italia, la data che tutti ricordano è il 2 giugno 1946:
il giorno del referendum istituzionale e dell'elezione dell'Assemblea Costituente, quando oltre 12 milioni di donne si presentarono alle urne per la prima volta a suffragio universale su scala nazionale.
Ma c'è un passaggio che quasi sempre resta fuori dal racconto pubblico. Il diritto di voto era stato riconosciuto oltre un anno prima, il 1° febbraio 1945, con un decreto luogotenenziale firmato da Ivanoe Bonomi. E le donne italiane lo esercitarono per la prima volta non il 2 giugno, ma il 10 marzo 1946, in alcune elezioni amministrative comunali.
Perché questa distinzione conta? Perché la storia dei diritti raramente coincide con una singola data simbolo: è fatta di provvedimenti amministrativi silenziosi, applicazioni parziali, attese. Il 2 giugno resta giustamente una data fondativa — ma conoscere anche il 1° febbraio 1945 e il 10 marzo 1946 significa restituire alla memoria collettiva la complessità reale di quella conquista.
Nel nuovo articolo della rubrica ripercorriamo questi passaggi e gli ottant'anni che sono seguiti: dalle 21 madri costituenti che pesarono per il 3,7% dell'Assemblea ma lasciarono un'impronta decisiva negli articoli 3 e 37 della Costituzione, fino alle battaglie per il divorzio, l'aborto, l'abolizione del delitto d'onore — e alla parità ancora da conquistare, tra rappresentanza politica e gender pay gap.
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