L’educazione sessuo‑affettiva può prevenire la violenza?
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- Pubblicato: Sabato, 23 Maggio 2026 20:54
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Quante scienziate, filosofe, artiste riesci a ricordare dai tuoi libri di scuola? Se la risposta è “poche” o “quasi nessuna”, non è una semplice dimenticanza: è la conseguenza di un racconto della storia e del sapere che per tempo ha messo al centro soprattutto gli uomini occidentali. Purtroppo, non si tratta di un semplice dettaglio, ma di un vero e proprio problema di sottorappresentanza di donne e minoranze.
L’istruzione femminile è stata, fin dall’inizio, una richiesta centrale dei movimenti femministi e continua a esserlo perché senza il diritto all’istruzione ogni altra conquista è irraggiungibile. Ogni volta che le donne hanno aumentato il proprio accesso al sapere, hanno accresciuto anche la propria libertà.
Fin dalle origini, i femminismi hanno considerato l’istruzione come canale per intervenire sulle fondamenta stesse dell’ordine patriarcale: se alle donne veniva richiesta l’ignoranza per mantenerle subordinate, la cultura è diventata uno dei primi terreni di conflitto.
Nell’Ottocento, in Europa e Nord America, chiedere di entrare nei licei e nelle università significava scardinare un ordine che voleva le donne relegate in casa. Attiviste come Emily Davies e Barbara Bodichon in Gran Bretagna si batterono per fondare college femminili come il Girton e il Newnham College a Cambridge, aprendo per la prima volta alle donne l’istruzione superiore.
Anche in Italia, tra Otto e Novecento, scrittrici e pedagogiste come Cristina di Belgiojoso, Ida Baccini e altre intellettuali misero a tema la necessità di un’educazione diversa per le ragazze, capace di superare la mera preparazione al ruolo domestico. L’obbligo scolastico portò le bambine in aula, ma furono queste donne istruite a trasformare la scuola in un vero spazio di emancipazione, e non solo di alfabetizzazione.
Le suffragette non chiedevano solo il voto: sapevano che senza istruzione le donne non avrebbero avuto gli strumenti per esercitare pienamente la cittadinanza. Molte leader del movimento, come Millicent Fawcett nel Regno Unito, investirono energie nella creazione di istituti di istruzione superiore per donne, convinte che il diritto di studiare fosse la base per rivendicare tutti gli altri diritti civili e politici.
Nel Novecento, la presenza femminile crescente nei licei e nelle università ha permesso alle donne di entrare nelle professioni intellettuali, nella ricerca e nella politica, producendo saperi e teorie femministe che hanno dato voce all’esperienza delle donne e ridefinito il modo stesso di fare conoscenza. La scuola e l’università sono diventate luoghi in cui le giovani donne si riconoscevano, costruivano linguaggi comuni e organizzavano le proprie rivendicazioni, dalle assemblee degli anni Settanta fino ai collettivi studenteschi contemporanei.
Per i femminismi l’istruzione non è solo un servizio da ottenere, ma un processo di emancipazione che permette di nominare le forme di oppressione e di immaginare alternative. Imparare a leggere il mondo con categorie critiche significa smettere di prendere per naturali le disuguaglianze di genere.
Nonostante il riconoscimento mondiale del diritto all’istruzione per le donne, sono ancora oltre cento milioni le ragazze che non possono frequentare la scuola, soprattutto in contesti segnati da povertà, guerre e regimi autoritari, dove lo studio per le ragazze è ancora proibito, punito o ostacolato, proprio perché chi controlla il sapere controlla la libertà.
Tra i volti della lotta per l’istruzione femminile attuale vogliamo ricordare quello di Malala Yousafzai, attivista pakistana sopravvissuta a un attentato dei talebani per aver difeso il diritto delle bambine ad andare a scuola.
Oggi parlare di istruzione nelle lotte femministe significa non solo parlare di “quante” ragazze studiano, ma anche di che tipo di sapere si legittima, quali esperienze vengono riconosciute e valorizzate, quali modelli vengono proposti a ragazze e ragazzi.
Portare nelle aule prospettive femministe e intersezionali significa usare l’istruzione per smontare sessismo, razzismo e omolesbobitransfobia, collegando le lotte delle suffragette alle campagne digitali di oggi.
L’istruzione femminile è stata, è e resterà un tema strutturale dei femminismi perché da lì passano tutti gli altri diritti: senza sapere non c’è possibilità di scegliere, di contestare, di cambiare le regole del gioco. Difendere il diritto allo studio per tutte permane un’azione femminista nel senso più radicale del termine.
Ogni volta che una ragazza entra in classe, non sta solo imparando una lezione: sta continuando una storia lunga secoli in cui il sapere è, per le donne, la prima forma di libertà.
Si tratta di un fenomeno purtroppo diffuso a livello globale, radicato nelle disuguaglianze tra uomini e donne, nel patriarcato e nel maschilismo, che colpisce in modo sproporzionato queste ultime. Con il termine violenza di genere si intende infatti qualsiasi forma di violenza diretta contro una persona a causa del suo genere.
Non si tratta solo di un pugno o di uno schiaffo: la violenza si nasconde anche nelle parole velenose, nei silenzi assordanti, nel controllo del denaro, nella privazione della libertà. Comprendere le sue diverse manifestazioni è il primo passo per riconoscerla, denunciarla e costruire una via d'uscita per chi ne è vittima.
Esistono quattro principali forme di violenza, diverse nelle modalità ma ugualmente distruttive per l’integrità e la dignità di una persona. Ognuna può manifestarsi da sola o insieme alle altre: nessun campanello d’allarme deve essere sottovalutato.
È la forma più evidente, quella che lascia segni visibili. Comprende qualsiasi atto intimidatorio o aggressivo che mette a rischio l’integrità del corpo: spintoni, morsi, botte, uso di armi, tentativi di omicidio, fino all’essere rinchiusi in casa.
L’obiettivo è infliggere dolore, spaventare e controllare la vittima attraverso la paura fisica.
Colpisce l’intimità della persona imponendo atti o pratiche sessuali non desiderate, ottenute con la forza o con minacce. Non riguarda solo lo stupro: rientrano anche le molestie (anche telefoniche), la richiesta di atti umilianti o rapporti dolorosi.
Forme meno evidenti ma altrettanto gravi includono matrimoni forzati, impedimento all’uso di contraccettivi, aborto forzato, mutilazioni genitali.
La violenza sessuale genera ferite fisiche e psicologiche profonde, minando la fiducia e riducendo la persona a un oggetto.
È tra le forme più subdole. Non lascia lividi, ma distrugge autostima ed equilibrio emotivo.
Rientrano tradimenti continui, menzogne, controllo ossessivo, limitazioni alla libertà personale, aggressioni verbali, denigrazioni, umiliazioni pubbliche e private, ricatti emotivi, minacce di violenza verso la vittima o i suoi cari, minacce di autolesionismo o suicidio da parte dell’aggressore.
È una tortura invisibile che erode l’identità della vittima, rendendola fragile e dipendente.
Anche questa è difficile da riconoscere. Mira a creare una dipendenza finanziaria, privando la vittima della propria autonomia.
Si manifesta con il controllo dello stipendio, l’impedimento a lavorare, l’imposizione di debiti, il mancato pagamento dell’assegno di mantenimento, la negazione dell’accesso alle finanze familiari o la manipolazione della situazione patrimoniale.
In questo modo l'aggressore toglie possibilità di indipendenza, rendendo la vittima prigioniera della relazione.

Riconoscere le forme di violenza è il primo passo. Il secondo è sapere che esiste aiuto e che nessuno deve affrontare questo percorso da solo. Ecco gli strumenti fondamentali:
1522 – Numero antiviolenza e stalking
Attivo 24 ore su 24, tutti i giorni. Offre ascolto, informazioni, indirizzamento ai servizi territoriali.
Centri Antiviolenza (CAV)
Luoghi sicuri con personale specializzato che fornisce accoglienza, supporto psicologico, legale e percorsi di uscita dalla violenza. È possibile cercare i CAV presenti sul territorio nazionale.
Il gesto universale di richiesta d’aiuto
Un segnale silenzioso da usare quando non si può parlare: mostrare il palmo, piegare il pollice e chiudere le altre dita a pugno sul pollice. Conoscerlo può salvare vite.

La violenza di genere, in qualunque forma, non è mai accettabile. Riconoscerne le sfumature – fisiche, psicologiche, economiche, sessuali – permette di individuarla in tempo e di intervenire.
La consapevolezza è un potente strumento: aiuta a leggere i segnali, a non minimizzare e a trovare il coraggio di agire.
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